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GIUGNO 2015 - Perfido Voltron, non avrai il mio scalpo!

 

 

Quando da bambino guardavi un film western, lo capivi al volo quale era il cattivo: era sicuramente l’indiano che, con i suoi lineamenti marcatamente sioux, cercava di rubare terre, famiglie, onori e possedimenti dei civili uomini bianchi americani. Sul perché poi gli indiani ce l’avessero a morte con i visi pallidi a nessuno importava, purché alla fine del film il cattivo fosse punito e il buono ne uscisse vincitore, anche se nel frattempo aveva sterminato intere generazioni di pellerossa.

 

Il ruolo del Cattivo è sempre fondamentale nelle storie, perché, attraverso le sue efferatezze e la sua inclinazione alla violenza spicciola, mette in risalto le peculiarità giuste e positive del Buono che, per una questione puramente contraria, non può che agire in maniera retta e incontrovertibile.

 

Con il trascorrere degli anni però, con la tecnologia che avanza e il mondo che cambia, è stato necessario dare una veste di rinnovamento al Cattivo poiché pistole e penne risultavano poco credibili in un mondo invaso da fibre ottiche e chirurgia estetica.

 

 

 

A prescindere dalla forma, però, da Toro Seduto al Signor Smith, la malvagità del Cattivo rimane tangibile e concreta, vuoi per lo sguardo arcigno che solo i cattivi sanno fare, vuoi per quel modo di parlare indolente e strascicato che ti incute paura anche quando ordinano un cappuccino al bar, vuoi per il fatto che non hanno mai fretta, il che giustifica quell’andamento lento e sicuro anche nelle situazioni più pericolose, come quando ti esplode una raffineria di petrolio alle spalle. Con queste caratteristiche è facile determinare chi sta dalla parte del bene e chi da quella del male, non c’è nessuna assunzione di rischio in questo: anzi, semmai vi è una maggiore accondiscendenza del pubblico e dei produttori che, in queste poche regole, relegano un’intera psicopatologia che altrimenti sarebbe troppo complesso spiegare.

 

Ora, questa semplificazione del bene e del male può essere utile. Da un lato, perché ci da la possibilità di non pensare più al concetto in sé ma di trasformarlo in un’azione di routine, come quando ci si lava i denti, dall’altro, però, crea un distacco dalla realtà, in cui i Cattivi con i quali ci rapportiamo hanno imparato a sorridere più di una dentiera da odontoiatra, sparano battute al fulmicotone e camminano veloci come razzi.

 

 

 

Scopo dei nuovi Cattivi non è tanto la voglia di rubarti l’auto o di nasconderti un topo nel cassetto, quanto invece la volontà di cercare un annullamento del pensiero in cui confondere le cose, per non distinguerle o per farne di ogni erba un fascio, come ci dicevano da piccoli. È chiaro che il Cattivo non vuole sempre farti del male, ma preferisce che non venga percepita la differenza tra Cavallo Pazzo e Norman Bates, perché, in questo modo, potrà sempre confondere le acque e tornare in tempo per l’ora di cena, potrà influenzare la libera scelta di decidere chi è buono e chi non lo è e, nel tempo, riuscirà ad estirpare la domanda che sta a monte di tutto: ha più senso essere buoni o cattivi?

 

 

 

Poi succede che anche il Buono, che fino a qualche minuto prima era stato ligio al dovere e devoto all’etica, si trova a pensare che, in fondo, un po’ di confusione non guasta se viene ben distribuita. Così, seppur mosso dalle buone intenzioni, in men che non si dica, si ritrova a compiere le stesse azioni del Cattivo, mescolando gli stessi intenti e gli stessi scopi che prima erano definiti e agli antipodi. Non è escluso che, andando in questa direzione, il Buono scenda a patti con il Cattivo in una società a responsabilità limitata, perché laddove da soli non si può arrivare ce la si può fare insieme. Infine, potrebbe accadere che lo stesso Buono giustifichi le azioni del Cattivo, poiché le strade sono ormai sbiadite, intrecciate, pasticciate e talmente distorte che non si ha più la capacità di vederle in maniera chiara.

 

 

 

Buoni e Cattivi si ritrovano così in uno stesso piano, divisi da una lunga sfumatura dello stesso colore, che non ha più la capacità di essere né brillante né opaco. È quello che potremmo chiamare “sfaldamento di una forma concreta” e che serve a convertire una domanda in una affermazione: se prima ci si chiedeva che senso ha essere buoni o cattivi, adesso si dà per certo che non ha senso essere buoni.

 

Lo stereotipo del Cattivo serve a capire la sostanza del Buono, ma se il Buono scende a compromessi con il Cattivo perché ne trae un beneficio personale, allora diventa necessario prendere una posizione chiara, forte e incorruttibile, per non cadere nell’inganno del “chiunque al mio posto avrebbe fatto lo stesso”(oppure del “così è la vita!).

 

E cosa rimane dei nostri concetti di bene e male, ci si chiederà a questo punto, se Buoni e Cattivi non esistono più?

 

 

 

Rimane la nostra capacità di discernimento, da cui dipende l’abilità di vedere le cose con sguardo libero e obiettivo, rimane la capacità di valutare senza pregiudizi una situazione e la possibilità di non essere d’accordo sulle cose. Rimane l’importanza di filtrare le personali esperienze per renderle universali.

 

Rimane il fatto che, per quanto le acque possano essere incolori, si saprà sempre riconoscere quelle che arrivano da una fresca sorgente da quelle che stagnano in un qualche fosso.

 

 

 

Fortunatamente, però, al cinema le cose non sono cambiate: il Cattivo lo sapresti riconoscere a chilometri di distanza. Che sia un robot alimentato a monometilidrazina, capace di assorbire energia psicotachionica o che sia il metaforico pellerossa di turno poco importa. La cosa più difficile da fare, invece, è stanare e combattere i Cattivi, quelli veri, quelli che ambiscono sempre ad avere lo scalpo della personale intelligenza del nemico, a prescindere che sia buono o cattivo.

 

Una buona idea per non farsi fregare è quella di ascoltare, capire, pensare e agire, come quando si va a teatro. Non è facile ma nemmeno impossibile, basta usare la propria testa e gridare “PERFIDO VOLTRON, NON AVRAI IL MIO SCALPO!”

 

 

 

Hasta luego ! 

 

 

 

 

 

 

Se vi avanzano un po’ di tachioni di tempo potete investirli nei nostri prossimi appuntamenti.

 

 

 

Casola in musical

 

Nei weekend del 27/28 giugno e 4/5 luglio ci troverete a Casola Valsenio per il consueto appuntamento annuale di Casola in Musical, quattro giorni intensivi per studiare le discipline del canto, della danza e della recitazione in un contesto divertente, accogliente e con forte spirito di aggregazione. Scriveteci per saperne di più.

 

 

 

Grimilde

 

Il 1 luglio saremo alla Fonderia39, sede della Fondazione Nazionale della Danza Aterballetto, per presentare la nuova creazione “Grimilde” di Mario Coccetti, che completa il percorso iniziato quest’anno con Agora Coaching Project di Michele Merola. I biglietti sono già disponibili. Chiedeteci come averli.

FONDERIA 39 - VIA DELLA COSTITUZIONE, 39 - 42124 REGGIO EMILIA - ITALY - TEL. +39 0522 273011 - sito web www.fonderia39.it

 

  

 

 

 

DUST – Polvere 

 

Il 31 luglio saremo ospiti al Center for Choreography di Bleiburg (Austria) per presentare un estratto del progetto DUST ma questa, come si dice, è un’altra storia. 

 

Bleiburg (AUSTRIA) 

CCB – Center for Choreography Bleiburg/Pliberk. 

31 luglio 2015, ore 20.30 

Info: www.ccb-tanz.at. 

 

Visita la pagina dello spettacolo

 

 

 

 

 

 

  

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